L’incontro con l’ombra

Si può dare una definizione dell’Ombra affermando che essa è formata da tutto ciò che di cui l’individuo non è consapevole ed è formata da elementi personali e da elementi collettivi.
Per avvalorare quanto detto in precedenza utilizziamo un esempio della quotidianità.
Una giovane donna eredita dal padre un temperamento aggressivo e litigioso e dalla madre ipersensibilità e suscettibilità. Sicuramente la donna avrà difficoltà ad amalgamare le caratteristiche ereditate dai genitori, da una parte l’aggressività e l’ira, dall’altra il desiderio di fuggire.

Nel corso dello sviluppo di un essere umano, l’educazione e l’abitudine rinforzano un determinato comportamento e questo diventa una sorta di nostra seconda natura.
Le caratteristiche rimosse e precipitate nell’inconscio continuano ad esistere ed esercitare la loro influenza dal lato oscuro dell’individuo. Di queste caratteristiche represse è in gran parte costituita l’Ombra.
Quando si parla dell’Ombra siamo in grado di notare facilmente quella che gli altri portano dietro le spalle, ma facciamo molta fatica a vedere la nostra perché accettare le nostre caratteristiche sgradite e soffocate volontariamente per molti anni richiede autostima, consapevolezza e autoriflessione.

D’altra parte se non siamo capaci di accettare la nostra Ombra essa opererà in modo occulto e spesso a nostro svantaggio.
Se chiediamo a qualcuno di descriverci le caratteristiche di un individuo che trova insopportabile, ci farà la descrizione delle proprie caratteristiche rimosse.
Esse sono inaccettabili perché sono la descrizione del suo lato negativo e rimosso. Le realtà delle quali il soggetto patisce il disagio sembrano provenire ed essere causate da un’altra persona. L’inconsapevolezza di ciò che causa il proprio stato di disagio porta l’individuo ad accusare gli altri del proprio malessere.

Sull’altro proiettiamo “il nostro atteggiamento delirante” ed il prossimo diventa il capro espiatorio su cui far ricadere ciò che riteniamo impossibile da sopportare in noi.
Se proiettate, le nostre ombre trasformano il mondo circostante in uno specchio della nostra realtà interna negativa che noi abbiamo voluto proiettare sulla realtà circostante perché non siamo in grado o non vogliamo riconoscerla come appartenente a noi stessi. Il rapporto con il mondo circostante, filtrato dalle proiezioni della nostra ombra, diventa illusorio.

Conseguenza di quanto sopra descritto è uno stato di inflazione che instaura un circolo vizioso paranoide che si perpetua fino alla nausea.
Le proiezioni modellano a tal punto i nostri atteggiamenti verso gli altri che è facile si realizzi ciò che Watzlawick ha definito la “la profezia che si autodetermina (self-fulfilling prophecy)“.

Il soggetto disturbato si immagina così largamente perseguitato dalla cattiva volontà del prossimo che alla fine gli altri si comportano con l’atteggiamento che lui aveva previsto e si aspettava e questo lo conferma nella sua visione negativa del prossimo senza rendersi conto che la risposta ottenuta è stata la conseguenza provocata dal suo comportamento.
S’instaura così un meccanismo perverso: gli altri vedono in noi ostilità, che non è stata provocata da loro, alle quale rispondono con un atteggiamento di difesa nei nostri confronti e proiettano la loro ombra su di noi .

Di conseguenza noi reagiamo a nostra volta con un successivo atteggiamento di difesa che provocherà un’ulteriore cattiva volontà e “il meccanismo perverso” si perpetua all’infinito. Se intendiamo affrontare l’integrazione dell’ombra con “il potere della volontà” questo disastrato comportamento farà si che l’energia della medesima venga relegata nell’inconscio da dove eserciterà il suo potere in forma distruttiva per mezzo di proiezioni altamente distruttive!
Il ritiro delle proiezioni e la presa di coscienza che il male proiettato su un’altra persona sarebbe da riferire a noi stessi provoca grande sofferenza. Ci vuole coraggio per non tirarsi indietro alla vista della propria ombra ed accettare la responsabilità del nostro lato inconscio.

Se non siamo capaci di vederci come siamo realmente anziché come vorremmo essere visti, non è possibile iniziare un cammino di autentica conoscenza di noi stessi e di crescita personale.
L’esperienza di censura ricade spesso sull’altro perché la nostra ombra ci fa credere di conoscerci e di aver affrontato in modo adeguato i nostri problemi. Dato che l’Ombra appare spesso nei sogni dobbiamo sottolineare che essa sia costituita sia da materiale personale sia da materiale collettivo.

Se un individuo non è capace di integrare l’Ombra personale offre una porta aperta all’Ombra collettiva. Quando una persona lascia briglia sciolta alla propria ombra individuale all’interno di un gruppo può essere certo che i membri del gruppo lo rimprovereranno aspramente. Le censure susciteranno in lui un forte senso di colpa. Ciò non è del tutto giusto perché, in parte, il suo comportamento è stato causato dall’Ombra di tutto il gruppo.
Quando parliamo di Ombra dobbiamo quindi pensare ad un aspetto personale e uno collettivo che è in un certo senso la somma delle Ombre dei membri del gruppo.
Essa risulta evidente agli estranei, ma non disturba il gruppo. Spesso un gruppo riconosce l’ombra dell’altro quando si trova in conflitto con lui.
L’Ombra collettiva è particolarmente pericolosa e dannosa perché la non conoscenza del lato oscuro scatena ostilità fra i popoli.
Nell’odio e nella guerra fra le nazioni si rivela l’aspetto dell’Ombra collettiva.
L’aspetto negativo dell’Ombra collettiva si rivela particolarmente deleterio quando un individuo abituato individualmente a resistere al demone della violenza si lascia prendere dalla medesima in un gruppo di più persone.

Quando avviene una scissione tra coscienza e inconscio aumenta il pericolo d’inflazione psichica e di psicosi di massa. Per evitare lo sviluppo di un conflitto è necessario disattivare la minaccia dell’aggressività. E’ quindi estremamente importante dare impulso all’aspetto ricettivo femminile e far scaturire dall’inconscio collettivo ciò che allo stato latente preme per venire alla luce. In questo modo le spinte dalle quali sembrano originare le guerre avranno la passibilità di attenuarsi.

Se intendiamo affrontare l’integrazione con il potere della volontà, la sua energia verrà relegata nell’inconscio da dove eserciterà il suo potere in forma distruttiva. Il nostro “io“ impreparato di fronte all’ombra può reagire in modo scriteriato e radicalizzato arrogandosi la possibilità di eliminare l’Ombra. Nulla di più insensato che provoca la frustrante presa di coscienza che questo è impossibile. L’Ombra rappresenta modelli di comportamento autonomi carichi di energia che non possono essere arrestati con un atto di volontà. Non ci si può sbarazzare dell’Ombra, ma è possibile diventare coscienti di complessi negativi autonomi e divenire capaci di trasformarli e rincanalarli.

Durante il processo di crescita dell’individuo è molto importante che il soggetto impari ad accettare l’Ombra in modo critico tenendo conto delle sue molteplici sfaccettature.
L’Ombra non deve agire su di noi indiscriminatamente, questo sarebbe identificazione più che accettazione. E’ utile che gli elementi dell’inconscio parlino a noi e non attraverso noi mentre noi rimaniamo inconsapevoli.
L’Ombra deve avere la possibilità di esprimersi e pertanto le pulsioni debbono essere lasciate libere di esprimersi di tanto in tanto altrimenti non possiamo sperimentarle.
Una volta lasciate libere debbono essere comunque disciplinate.
Se lasciamo libera l’Ombra di agire a piacimento è probabile che ci trascini in modo distruttivo e pericoloso. Non è possibile eliminare la nostra sorella oscura!
I momenti più pericolosi sono quelli in cui l’io presume di averla in suo potere o di averla eliminata perché sicuramente essa è dietro di noi.
Quando non siamo in grado di vederla è il momento di vigilare con più attenzione.

Concludiamo con le parole di Jung:

Riconoscere l’ombra porta a quella modestia di cui abbiamo bisogno per riconoscere l’imperfezione.
E sono proprio questo riconoscimento e questa considerazione, consci, che occorrono ogniqualvolta si deve stabilire un rapporto umano.
Un rapporto umano non si basa sulla differenziazione e sulla perfezione, perché queste sottolineano solo le differenze e provocano l’esatto contrario; si basa piuttosto sull’imperfezione, su ciò che è debole , indifeso e bisognoso d’aiuto, cioè la base stessa e il motivo stesso della dipendenza: il perfetto non ha bisogno degli altri, ma la debolezza sì dato che cerca appoggio e non affronta l’altro con qualcosa che potrebbe metterlo in una posizione d’inferiorità e perfino umiliarlo.
Solo quando un alto ideale svolge un ruolo troppo preminente è possibile che questa umiliazione abbia luogo con eccessiva facilità”
.*

Forse tutto questo suona troppo semplice, ma le cose semplici sono sempre le più difficili. La vita reale richiede la grandissima arte di essere semplici, e perciò l’accettazione di sé è l’essenza morale e la cartina di tornasole della propria visione complessiva della vita. Che io dia da mangiare ai poveri, che dimentichi le offese, che ami il mio nemico in nome di Cristo senza dubbio sono tutte grandi virtù.
Quello che faccio per l’ultimo dei miei fratelli lo faccio per Cristo.

Ma che avverrà se scoprissi che l’ultimo dei miei fratelli, il più povero dei poveri, il più impudente dei calunniatori, insomma lo stesso nemico, sono tutti dentro di me, e che io ho bisogno della carità della mia gentilezza, che io stesso sono il nemico da amare, che verrà allora?
Allora, di regola, si capovolge tutta la verità del Cristianesimo: allora non c’è più molto da dire dell’amore e della lunga sofferenza; chiamiamo ‘Raca’ Il fratello che è in noi, ci condanniamo e inveiamo contro di noi.
Lo nascondiamo di fronte al mondo, neghiamo di averlo mai incontrato fra gli umili in noi stessi e, foss’ anche lo stesso Dio di avvicinarsi a noi in questa forma sgradevole, lo rinnegheremmo mille volte prima che il gallo canti una sola volta”
.**

*C.G. Jung, Civilization in Transition, 1964.
**C.G. Jung, Psychology and Religion, 1958.



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